Dalla corte sforzesca all'esilio volontario a Colturano

Antoniotto Fileremo Fregoso nacque intorno al 1460 a Carrara, figlio naturale di Spinetta II°, potente signore di quella città.
Il padre, che aveva già ricoperto la carica di doge a Genova, città di origine dei nobili Fregoso, era in quegli anni diventato fedele alleato e consigliere di Francesco Sforza, allora impegnato a consolidare ed espandere il Ducato di Milano. Spinetta, che non ebbe in seguito altri figli maschi, si preoccupò di legittimare il piccolo Antoniotto, a lui carissimo, lasciandogli in eredità, insieme al prestigioso cognome dei Fregoso (o Campofregoso), la maggior parte delle sue vaste proprietà e dei suoi feudi.
Essendo tuttavia il figlioletto ancora in giovane età e poichè era costume di quei tempi trasformare le alleanze politiche in veri e propri legami di parentela, fu nominato suo tutore il potente segretario ducale sforzesco ,Cicco Simonetta, presso la cui famiglia Antoniotto si trasferì e visse sino al 1476, diventando presto assai benvoluto anche a corte ed acquisendo ufficialmente la cittadinanza milanese.
Nel 1478, il giorno stesso in cui Gian Galeazzo Sforza assumeva le insegne ducali, il nostro Antoniotto veniva solennemente armato cavaliere, iniziando così la sua carriera militare.
Senonchè, due soli anni dopo questo brillante esordio, in seguito alle trame dell'usurpatore Ludovico il Moro, il povero Cicco Simonetta finiva imprigionato e decapitato con l'accusa di alto tradimento nel castello di Pavia, mentre cadeva in disgrazia l'intera sua famiglia, compreso il giovane Antoniotto, che per precauzione, fu costretto a cambiare aria, trasferendosi a Genova, ospite di alcuni parenti.
Di lì a poco, tuttavia, grazie anche alla crescente fama di poeta acquisita nell'ambiente letterario dell'umanesimo milanese, Antoniotto fu in grado di riprendere il suo posto ufficiale alla corte del Moro e di Beatrice d'Este, affermandosi insieme a Nicolò da Correggio ed a Gaspare Visconti, come uno di quei "tre generosi cavallieri,li quali, oltra la poetica facoltate,di molte altre virtù erano insigniti".
La prestigiosa condizione raggiunta gli permise, tra l'altro, di sposare la nobildonna Fiorbellina Visconti, da cui ebbe i figli Spinetta e Tiberio.
Ma nel 1500,con la sconfitta definitiva e la cattura del Moro da parte dei Francesi, dallo stesso Moro chiamati in Italia per le sue ambiziose mire di conquista, Antoniotto sperimentò di nuovo personalmente l'estrema inconstanza e fragilità delle cose umane.
La triste fine di colui che amava dichiarare "di avere quasi sotto i piedi la fortuna, della quale affermava pubblicamente essere figliolo", ebbe dunque un effetto traumatico e decisivo sull'animo del poeta cortigiano, che degli Sforza aveva goduto favori e protezione, in cambio delle sue raffinate lodi in rima.
Ecco come, nelle sue meditazioni poetiche degli anni successivi, egli rievocherà la dolorosa esperienza del Moro, assunto quasi a simbolo vivente dell'ineluttabile impotenza umana di fronte al fato:

Del popoloso, ricco e bel Milano
gubernator fia prima e in dosso il manto
e il ducal scettro gli vedrete in mano.
Questo è quel Ludovico Sforza tanto
da questa fortuna amato et molto favorito:
ma cangiarasse quel favor in pianto.

Dopo aver comunque giurato fedeltà ai Francesi, nuovi signori di Milano, Antoniotto decise dunque di ritirarsi in esilio volontario nel suo feudo a Colturano, sulla strada per Lodi, ove visse per il resto della sua vita, seguendo l'esempio dei grandi umanisti, come il Petrarca e il Boccaccio.
In realtà, i violenti sconvolgimenti e la grave crisi politica e sociale di quegli anni avevano provocato, con la fine del dominio sforzesco, anche il crollo di tutto il mondo culturale ed artistico di cui egli era stato al centro, facendo maturare nel suo animo una profonda trasformazione interiore che ebbe conseguenze nel suo stesso modo di vivere, di pensare e di poetare.
Improvvisamente il poeta cortigiano, protagonista delle feste mondane e del bel mondo spensierato e sfarzoso, si trasformò in un saggio e solitario "citadin de boschi", intento a meditare sulla fragilità della condizione umana. Per la precisione, veramente, sappiamo che già un anno prima, nell'estate del 1499, egli si intratteneva nella sua villa con alcuni illustri letterati del tempo, impegnato in ragionamenti poetici e filosofici che trovano puntuali riscontri in opere di quegli anni.
Ecco ad esempio quanto racconta Vincenzo Calmeta, amico intimo del nostro Antoniotto, anch'egli poeta e critico, nonchè segretario personale della Duchessa Beatrice D'Este, sul suo dilettevole soggiorno nella residenza agreste del Fregoso: ".....in un luogo che Culturano s'appella, a Milano otto miglia propinquo, col vertuoso cavalier Antognetto Fregoso.....mi trasferii, essendo quel luogo al dominio e giurisdizione del preditto cavaliere sottoposto. Nel quale, si per amenità dell'aria, come per abbondanza di cacce, pescarie, frutti perfettissimi vini e tutte l'altre cose che al viver umano si richiedono, per otto giorni stetti in grandissimo piacere e ricreazione, il tempo, secondo opportuno era, ora in cacce, or in musica, or in leggere e conferir dispensando..."
Come si può vedere, la vita nella villa, benchè solitaria e meditativa, era allietata da molte comodità e raffinatezze che i frequenti ospiti, provenienti dalla città, mostravano di apprezzare molto.
Sta di fatto che proprio a causa della sua propensione per tale quiete agreste, il Fregoso finì appunto per essere soprannominato "Fileremo", cioè "amante, amico della solitudine", dai suoi amici poeti che, come Gaspare Visconti lo rimproveravano, nelle loro conposizioni, di "dar le spalle a compagni e a le citate.....per diventar citadin de boschi".


Il duca Galeazzo Maria Sforza circondato dalla sua corte (miniatura del XV° secolo)

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